L’altra sera un tg (non ricordo se FoxNews o CNN) parlava della disoccupazione tra i veterani al 38%, che spesso non si ritrovano granché in mano.
Gli americani sono incazzati perché gli hanno detto di combattere per difendere il loro stile di vita (W. Bush) e quando sono tornati hanno trovato il deserto economico e nessuno spazio per loro.
Ecco perché occupano gli spazi pubblici, spesso con la loro unica casa: la ripresa economica non c’è stata, dove sono finiti i soldi?
Forse neanche più a Wall Street lo sanno.
La situazione dei veterani si sente molto a San Diego, città “militare” con ben 3 basi e un comando strategico.
I passanti sono abituati alla gente che vive in strada e spesso li aiutano, gli addetti alla sicurezza li fanno allontanare dai luoghi pubblici principali con gentilezza, quasi controvoglia, gli impiegati frettolosi si fermano per elargire qualche dollaro, come ad esorcizzare il fatto che avrebbero potuto esserci anche loro lì.
Questo scenario non può che ripercutersi sul resto del mondo, ma le differenze vanno ben comprese.
Le polemiche possono essere utili, se hanno delle basi plausibili.
Gli editori, le major, i mecenati sono molto spesso soggetti poco raccomandabili.
Gli artisti veri devono poter trarre ispirazione da questo conflitto.
Gli impiegati dell’arte devono poter trarne vantaggio.
Se questo non accade allora l’artista si deve liberare per non inaridire la sua vena e l’impiegato per non morire (a meno che non dimostri che può vivere di gloria e dell’invidia suscitata per essere stato pubblicato da un potente editore).
Ma se le ipotesi iniziali si verificano non ha molto senso chiedere proprio a loro di boicottare un magnate perché è turpe o perché si fa orrende leggi finanziariamente vantaggiose per le proprie aziende.
Equivarrebbe a chiedere di boicottare il proprio lavoro e il proprio modo di essere.
Una cosa tipica di Roma e di cui non potrei mai fare a meno in nessuna città è la disomogeneità.
La compresenza del registro alto e di quello basso.
Il palazzo patrizio in mezzo alla suburra.
Il nobile accanto al fruttarolo.
L’omogeneità ucciderebbe tutto, disinfetterebbe, svaluterebbe e taglierebbe per sempre il legame col passato.
Una città omogenea è morta.
Un luogo livellato verso l’alto, o verso il basso, dove tutto è borghesia o dove tutto è borgata (e forse non a caso la radice è comune) è un inferno senza futuro, popolato di mostri.
Io lo vedo come il marchio della metropoli moderna, lo riconosco a Manhattan (che si modifica con una velocità 10 volte superiore), a Parigi, a Londra, al Cairo, a Tokyo…
Lo stesso accade per la città fatta di relazioni.
Non è difficile capire perchè a Roma ci sia una mentalità che difficilmente si sorprende, impermeabile al limite del blasé, naturalmente irriverente, che altrove non c’è.
È la sua forza e la sua ricchezza.
Una città in cui le relazioni umane fossero potenzialmente tutte uguali sarebbe dominata dall’utilitarismo, dalla convenienza.
Una città in cui non puoi selezionare chi ti è vicino.
Come Mediaset vede Mediaset:
Sfarzosa, calorosa, popolare (non d’élite), di bell’aspetto, ancora giovane ma non più giovanissima, dominante negli equilibri del Paese, emanazione diretta del maggior azionista Silvio Berlusconi.
dal brief dell’utente paolocalvani (Paolo Calvani è il Direttore Comunicazione e Immagine di Mediaset) su un’offerta su BootB