nessuna organizzazione è abbastanza grande, forte o inserita da potersi permettere di ignorare le critiche, perchè la critica è un sassolino, ma se non si fa sentire la propria voce man mano cresce fino a diventare un masso
Pensavo [alla fine degli anni ‘80] che la televisione divulgativa, la televisione usata come strumento per divulgare conoscenze già note, nate in discipline e con linguaggi tradizionali, fosse un’esperienza esaurita. Iniziai a pensare di non adoperare più la televisione come strumento ma come linguaggio quindi come qualcosa che fosse capace di produrre conoscenza aggiuntiva. Quindi fare programmi che al di fuori della televisione non sarebbero esistiti. — Angelo Guglielmi - Direttore di RAI Tre dal 1987 al 1994
lo spirito che deve animare chi fa questo “mestiere” [il giornalismo partecipativo n.d.E.] deve essere quello di far emergere una coscienza civile e non diventare un trampolino di lancio personale verso un media mainstream — Francesco Piccinini intervistato da Vittorio Zambardino
Le “opinioni a responsabilità limitata” stanno logorando particolarmente uno strumento come Friendfeed, più che uno come Facebook (basato almeno sull’identità) o come Twitter (troppo sintetico per estenuanti discussioni approfondite), e lo stanno deviando inevitabilmente verso il 100% di cazzeggio.
Continuano ad esserci ancora link e spunti interessanti ma gli spazi per discussioni di crescita o di arricchimento si stanno restringendo sempre più.
Probabilmente l’acquisizione in Facebook farà il resto, se non ce ne convinceremo velocemente.
L’attacco odierno de La Stampa all’informazione online si smonta facilmente nei due passaggi chiave:
“Non è vero che il contributo di una moltitudine di voci abbia garantito una migliore comprensione degli eventi”
Nessuno ha mai detto che una informazione dal basso abbia come obiettivo garantire una migliore comprensione degli eventi.
Al contrario, il successivo lavoro giornalistico è ancora (e sarà sempre) un passaggio fondamentale.
Un esempio? leggete l’Huffington Post.
“più aumenta il numero di informazioni incontrollate disponibili e più si sente il bisogno di qualcuno che le ordini e che dia loro un senso e una gerarchia”
Di nuovo, nessuno afferma che ci sia bisogno di disordine e caos, il lavoro giornalistico continua ad essere importante.
Ma ordine e gerarchia non possono essere i motivi di esistenza dell’attuale editoria informativa rispetto ai lettori, non bastano più.
Se così fosse sarebbe facile farli sostituire prima o poi da una macchina.
Semmai sono i due pilastri alla base di questa vecchia macchina editoriale, dal cui punto di vista qualsiasi tentativo esterno appare disordinato e caotico.
Ma ai lettori del presente (e del futuro) tutto questo non interessa, a loro interessa un’informazione libera, democratica, tempestiva, completa, approfondita, personalizzata.
Non bastano più queste due motivazioni a sostenere l’esistenza di una macchina editoriale vecchia e ormai incapace di comprendere gran parte della realtà, come dimostra questo articolo in edicola oggi.
I lettori chiedono più giornalismo, più fatti, meno bizantinismo e interessi economici, e i giornalisti sono, in questo passaggio, di fronte alla grande opportunità di fare con completezza finalmente il loro mestiere, fino in fondo.
Finchè dovevamo definire qualcuno che scriveva su un blog era facile: blogger.
Ma adesso come facciamo con qualcuno che scrive su Twitter?
Twitterer? Tweeter? Microblogger?
E come definire il relativo contenuto?
Twit? Tweet? Status? Aggiornamento di stato? Cinguettio?
Ci sono molti modi, e in realtà non se ne è ancora affermato uno, ma la cosa importate è non perdere di vista l’ortografia e la traduzione inglese.
Twitter significa cinguettio quindi verrebbe naturale chiamare l’autore twitterer (brrr) e il contenuto twit.
Ma twit significa anche “cretino” (o sfottere), quindi potrebbe essere interpretato anche come qualcosa di simile a, rispettivamente, “colui che sfotte” e “lo sfottimento”.
Attenzione a battezzare servizi con prefisso (o suffisso) twit: nella peggiore delle ipotesi vi state dando dei cretini.
Per evitare questa identificazione molti anglofoni usano una forma che salva capra e cavoli: mantiene lo stesso suono ma evita quella brutta identificazione.
Tweet per il contenuto e quindi tweeter per l’autore.
E questo, oltre a ricordare il nome del celebre canarino cinguettante rincorso da Gatto Silvestro nei cartoni della Warner Bros (cioè Tweety, in Italia Titti) ha il vantaggio di definire, per il primo termine, un quasi-neologismo specializzato (in realtà potrebbe essere associato anche al canto di un uccello), e quindi abbastanza facile da ritrovare e interpretare; il secondo condivide il significato con un tipico elemento degli altoparlanti che trasmette suoni acuti (sempre in tema di cinguettio…) ma sempre meglio che darsi dello scemo.
[video]
The most important lesson when it comes to watching a social stream: you don’t have to read everything — Thomas Baekdal
Credo sia giunto il momento di iniziare a discutere del futuro del giornalismo con i lettori (non con gli editori) dialogando “alla pari” con i social media. E iniziare a capire l’enorme differenza tra notizie che POSSONO essere date, perchè non scandalizzano più e perchè servono alla linea editoriale, e notizie che DEVONO essere date (in ogni settore), perchè servono all’opinione pubblica.
Non vorrei che un giorno, quando molti quotidiani e mensili non riusciranno più a vendere, si desse la colpa alla diffusione di notizie e articoli online, o alle raccolte su Google.
Di fronte a un poliziotto che picchia un uomo a terra indifeso l’uomo di destra pensa “avrà fatto qualcosa di tremendo”. L’uomo di sinistra pensa che qualunque cosa abbia fatto sta violando i suoi diritti.