Friday, Jul 23rd, 2010 ↓

Una cosa tipica di Roma e di cui non potrei mai fare a meno in nessuna città è la disomogeneità.
La compresenza del registro alto e di quello basso.
Il palazzo patrizio in mezzo alla suburra.
Il nobile accanto al fruttarolo.
L’omogeneità ucciderebbe tutto, disinfetterebbe, svaluterebbe e taglierebbe per sempre il legame col passato.
Una città omogenea è morta.
Un luogo livellato verso l’alto, o verso il basso, dove tutto è borghesia o dove tutto è borgata (e forse non a caso la radice è comune) è un inferno senza futuro, popolato di mostri.

Io lo vedo come il marchio della metropoli moderna, lo riconosco a Manhattan (che si modifica con una velocità 10 volte superiore), a Parigi, a Londra, al Cairo, a Tokyo…

Lo stesso accade per la città fatta di relazioni.
Non è difficile capire perchè a Roma ci sia una mentalità che difficilmente si sorprende, impermeabile al limite del blasé, naturalmente irriverente, che altrove non c’è.
È la sua forza e la sua ricchezza.
Una città in cui le relazioni umane fossero potenzialmente tutte uguali sarebbe dominata dall’utilitarismo, dalla convenienza.
Una città in cui non puoi selezionare chi ti è vicino.

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